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Leggende dell'alpeggio

I Ragoi e’l Spinal

I Montagnoi i va en malga

“I Ragoi e’l Spinal”

…pàssa i Ràgoi a nar ‘n Spinal coli vàchi e de sòlit ‘l plöf sèmpro…
(passano quelli di Ragoli per andare sullo Spinale con le mucche e di solito piove sempre…)
La leggenda-dialogo, raccolta e scritta nel dialetto rendenese di più di cent’anni fa da G. B. Luchini, insegnante dirigente a Pinzolo, si riferisce ad un episodio leggendario che ha avuto come protagonisti i Ragolesi ed i Solandri. L’oggetto del contendere era l’affitto dei pascoli allo Spinale, che corrispondeva ad “un uomo di formaggio” ad ogni fine stagione (ovvero una quantità di formaggio pari al peso di un uomo). Finché l’uomo fu “normale” le due comunità andarono d’accordo, ma quando si videro davanti un “marcantonio” i Ragolesi si sentirono raggirati. La reazione fu così forte, forse perché i Solandri, anno dopo anno, mandavano un uomo sempre più alto. La misura fu colma, quel settembre del…, vista la reazione, decisa e risoluta dei Regolieri.
La leggenda è tratta dall’VIII Annuario Sat 1881/82 (tradotta dal testo originale in dialetto di Pinzolo)
CATERINA: Che miracolo Lucia! Dove sei stata così presto?
LUCIA: Sono andata a controllare i campi; se si possono trapiantare dei cavoli e delle verze, ma Dio mio. Il terreno è come cenere, è una miseria.
CATERINA: Penso che piova presto… e poi, nei prossimi giorni, credo che passino i Ragolesi col bestiame per andare sullo Spinale e di solito piove sempre.
LUCIA: Oh, se fosse vero saremmo fortunati, ma non so sei i Ragolesi saranno capaci di far piovere, non vedo segnali di cambiamento.
CATERINA: Credimi Lucia, i nostri vecchi ci hanno sempre fatto caso; una mia vecchia zia ha sempre ripetuto che quando passano i Ragoli ha sempre visto piovere… Come mai tu non lo sai, lo sanno tutti.
LUCIA: Non me lo ricordo. Ho sentito che quelli hanno qualche maledizione; il motivo non lo conosco. Tu lo sai Caterina?
CATERINA: Oh Madonna Chi è che non lo sa. Te lo ripeto, sei solo tu a non saperlo!
LUCIA: L’ho sentita raccontare tante volte la storia; ma sono una dimenticona, non mi ricordo dal naso alla bocca, ho la memoria corta.
CATERINA: Andiamo a dire una preghiera per i nostri morti e poi ti racconterò com’è andata. Vedi, non so se abbiamo dato dei soldi, quello che si sa i sicuro è che sono rimasti d’accordo da dar loro, come compenso, un “uomo di formaggio” ogni anno.
LUCIA: Io ho sentito dire che era una serie di beni.
CATERINA: No, ti sbagli Lucia, ti confondi con la Calva, che hanno comperato quelli di Pinzolo dai Maganzini assieme al bosco di Patascoss. Con loro è andata così! Vado avanti nel racconto perché sennò non finisco più. Sono rimasti d’accordo di dare, ad ogni fine stagione, appunto, questo “uomo di formaggio”. Per alcuni anni i solandri hanno mandato un uomo di statura media, a prenderli, e non c’è mai stato niente da ridire. Ma cos’hanno fatto una volta? Sai anche tu che i Solandri sono astuti; quando possono se ne approfittano. Un anno hanno mandato un omone mezzo metro più alto degli altri. Il gigante va sullo Spinale. Mentre sale i pastori lo notano immediatamente, avvisano i responsabili della malga che vedendolo ansimante, sudato, ma soprattutto enorme, si rendono conto del raggiro ma non sanno cosa fare. Un giovane pastore propone di “accorciarlo”. Quando il formaggio impilato a fianco dell’omone non è più sufficiente, si taglia la parte d’uomo che supera la pila, in modo da dare una bella lezione ai Solandri. Per finire questa storia, appena è arrivato, i malghesi hanno fatto finta di niente; quando hanno finito le forme di formaggio e l’uomo le superava con la testa, il giovane ha preso la scure e con un colpo ben assestato gliel’ha mozzata.
LUCIA: Gesù Maria Madonna. Cos’avrà detto l’omone?
CATERINA: Cosa vuoi che abbia detto dopo che era morto, sciocca: I morti non parlano… almeno…
LUCIA: Sono persa, cosa vuoi farci? Intendevo dire, cosa avranno detto i Solandri?
CATERINA: I Solandri non avranno saputo cosa dire. Non rivedendolo, avranno capito che avevano esagerato, e non si sono più fidati a mandare nessuno a ritirare i formaggi perché l’avvertimento è stato forte. Ecco perché piove sempre. E’ il Signore che li castiga… infatti quando transitano i Ragolesi ho sempre visto piovere.
LUCIA: Castigati! Se è vero deve piovere anche in questo periodo; se venisse dell’acqua sarebbe una grazia, tutti sarebbero felici, tanta ne venisse per castigare i Ragolesi, basta che venga.
CATERINA: Vedrai che arriva.
LUCIA: Staremo a vedere… Intanto diciamola, questa preghiera ai poveri morti e poi andiamo… intanto grazie.
CATERINA: Sì diciamola e poi andiamo.

“I montagnoi i va en malga”

La leggenda è stata pubblicata la prima volta sul n. 6 del periodico “El nos Paes” (“il nostro paese”, edito a cura della Pro Loco di Montagne), si tratta di un contributo di Emilia Simoni di Montagne, che ha il valore soprattutto di descrivere l’itinerario e i sistemi di salita alle malghe dello Spinale da parte della gente di Montagne. La monticazione prevedeva infatti il passaggio su varie proprietà per cui era necessario chiedere ai comuni interessati la “concessione di una servitù di passaggio”, sia all’andata che al ritorno. Per i Montagnoi il Comune più strategico era quello di Fisto, in val Rendena, col quale a fine ‘800 sorse una controversia per una mancata concessione della servitù di passaggio, completamente ignorata dalla gente di Montagne, la cui unica preoccupazione era quella di portare le bestie in malga!
Dent par la Rendena i diceva: “i Montagnoi i va en malga; se cambia el temp” per via de col castigo. Enfati, i Montagnoi no i e mai nadi a Spinal senza l’ombrela parchè l’era propi vira che el pioveva sempro. E le vache, pore bestie, no le nava miga col camioni nianca eli, no.
… chi sa se le vache montagnole le era felici quan che le nava a Spinal ai freschi! Putei, che viac par rivar su! I vedeloc po, che cagna farli rivar! Se sèra begn contenc quan che se sèra rivadi!
Prima de menarle en malga però i ga ongeva begn begn el fil dala schena con la songa, parchè i diceva: “Se anca i ciapa i temporai, l’acqua no la se ferma sula schena e la bestia la sta pu begn, no la patis el fret”.
Gial prosac da coi pori struscion che menava le bestie, gh’era en pan, ma l’era par en qualche vedelot o par na vaca meza en toch, parchè i soportes le fadighe da viac: Par ei i gheva na feta de polenta sorda! I ga voleva propi begn a le so bestie, sti agn, ma par forza, le era tuta la so entrada!
Però a pensar begn, anco le par robe quasi de fantascienza! I partiva che no l’era gnamò dì, a grupi en po destacadi, parchè dal Pra da l’Asan en giù par i Fistc no le se enmucese tute ensema, parchè le era en bel poche le vache dai Montagnoi.
Vargugn gh’era dinanc che i ciamava; po ga n’era en mez par tegner controlà; i altri i era di drè che parava fin a Fist o a Bozanach; alora le se “stradava via” e bastava de men gent e vargugn podeva tornar en dre. I altri i neva pian pian enanc, su par tuta la Rendena, fin en Campei, po sal Camp e amo su fin sala Poza. (1)
Lì ghera en stalon par le vache e la casina en do che stava i vacher e en do che vegneva laorà el lat. I vacher i toleva en consegna ogni bestia, cosita chi che l’eva compagnade i podeva torna endre e i pu tanc, almen sti agn, i nava amo a pè parchè i soldi da tor el postal ‘n ga n’era pochi ghe gaieva. Ga pareva de esar già siori a no verga pu le vache da guernar par 50 o 60 dì a nar begn.
Quan che l’era ora de nar a torle l’era n’altra sfadigada, ma alora ciao, dopo gh’era da spartir i formai e le puigne e l’era già na bela sodisfazion anca se a volte gh’era poc da spartir. Che bon col formai e come che i le teneva da cont! Le puigne i le stagionava e vegneva fo el famoso pugnel par engratumar (2) i gnoc da magnar quan che gh’era na qualche bela festa o ricorrenza.
(1) Poza; malga Montagnoli, el gras.
(2) Engratumar; spolverare, dopo averlo grattugiato, il formaggio di ricotta di malga, stagionato al sole di Montagne