Ragoli
L’Om dal Formai
Faustino e la peste
Il tesoro del Lisano
L’anima venduta al Diavolo (prima versione)
L’anima venduta al Diavolo (seconda versione)
La Decima riscattata
Il tesoro e il caprone
L’ultimo degli appestati
“L’om dal formai”
Faustino e la peste
Il tesoro del Lisano
L'anima venduta al diavolo
prima versione
Quante cose si fanno, pur di vivere nell'ozio e negli agi! Ecco cosa avvenne a un giovane di Ràgoli. Lo scapestrato era assai conosciuto in zona per la vita dissoluta che conduceva, dilapidando i beni di famiglia e circondandosi di brutti figuri, assieme ai quali importunava le fanciulle del paese e teneva svegli con canti e lazzi i poveri contadini che di notte cercavano di riposarsi dopo le fatiche del giorno. Insomma, era proprio il tipo col quale il Demonio poteva trescare per ottenerne in cambio l'anima. E infatti...Una sera, mentre il giovanotto rientrava solo soletto a casa dopo l'ennesima scorribanda da un'osteria all'altra, il Diavolo gli si fece incontro e gli parlò con voce cavernosa e roca.- Ehi, bellimbusto, te l'ha mai detto nessuno che possiedi una cosa alla quale io tengo in modo particolare? Sarà stato il vino bevuto quella sera, oppure il coraggio dell'incoscienza, fatto sta che l'altro non si spaventò e rispose per le rime.- Se questa cosa così preziosa è mia, non vedo perché deve interessare a un figuro come te! - Eh, eh, eh... hai anche la lingua lunga, vero? Ascoltami bene, ti propongo un patto - e Satana si fece ancor più vicino, abbassando il tono della voce - Io posso renderti ricco, più ricco dell'uomo più ricco che esista, a patto che tu, quando morrai... oh, fra molti, moltissimi anni... regali la tua anima a me! Che ne dici?
Sarà stato ancora l'effetto del vino, oppure l'ultimo sussulto dell'incoscienza, ma il giovane non si tirò indietro. Senza dire una parola allungò il polso della mano sinistra, impugnando con l'altra uno stiletto: un piccolo taglio, alcune gocce di sangue fatte colare sulla pergamena che il Maligno gli porgeva e il patto fu siglato. Per l'eternità. Bene, hai fatto la cosa giusta - biascicò il Diavolo, nascondendo la pergamena sotto l'ampio mantellaccio nero che lo copriva fino ai piedi - E adesso corri al ponte del Lisàn, guardati bene in giro e vedrai tre cavità nella roccia... in quelle marmitte di pietra è custodito il tuo tesoro... eh! eh! eh!
Il Malvagio sparì all'istante in una nube azzurrognola, lasciando dietro di sé un acre odore di zolfo. Il ragazzo si scosse, si stropicciò gli occhi e finalmente capì quel che gli era successo. «Poco male - si disse grattandosi la zucca, - vorrà dire che andrò subito a vedere quanto son diventato ricco!». Raggiunse in breve il ponte del Lisàn e poco distante vide subito le tre cavità nella montagna. Erano piene colme di monete, una montagna d'oro che il giovane non aveva mai nemmeno sognato! E da quella notte la sua vita cambiò.
Divenne ricchissimo: se ne andò dal paese per stabilirsi in città, in un grande palazzo; trovò a servirlo una schiera di domestici; acquistò campagne e le fece coltivare da fidati contadini; sposò una brava ragazza conosciuta a una festa in piazza, e fu sempre gentile e premuroso con lei («Nooo, non si fa così!» urlava intanto il Diavolo all'Inferno); divenne padre tre volte e fu affettuoso con i figlioli, che crebbero sani di corpo e di cuore («Ma come, e tu saresti lo scapestrato di un tempo? Quello sul quale io ho impegnato il mio onore di diavolo?»). Quando incontrava qualcuno in difficoltà, apriva sempre la borsa e regalava ai più poveri quel tanto che permettesse loro di rifarsi un'esistenza («Aaahhh! Non si comporta così chi ha venduto l'anima al Male!»). E ogni domenica, al termine della messa, un sacchetto di monete d'oro scivolava invariabilmente e di nascosto nelle mani del parroco... «Per i vostri poverelli!» mormorava l'uomo ricco, con un sorriso misterioso.
- Basta così! - proruppe il Diavolo, apparendo all'improvviso di notte al suo «discepolo». - Ma cosa stai facendo... non era questo, il patto! - Come no - rispose l'altro tranquillo - Tu mi hai fatto ricco e io ti renderò l'anima al termine della mia vita, ma non mi hai detto come dovevo spendere il mio denaro! - Già, ma non lo sai che se con tutto quell'oro non compirai mai un'azione malvagia, il patto firmato col tuo sangue non avrà alcun effetto? - Davvero? E chi lo sapeva... tu, forse! A me sta bene spendere i miei soldi come ho fatto sinora e non ho alcuna intenzione di cambiar vita. - Senti - proseguì il Malvagio calmandosi un poco - facciamo cosi: moltiplicherò per due le ricchezze che hai accumulato, ti regalerò altri tre palazzi e il quadruplo di campagne, tutto quello che mi chiederai, ma tu cerca di spendere almeno uno soldo, uno soltanto, per far del male agli altri! - Che me ne faccio del denaro in più che mi offri: ne ho già tanto, che non so nemmeno come spenderlo! - D'accordo, allora, allora... potere! Ti darò tutto il potere che vorrai! Ti farò re di questa terra... oppure imperatore dell'intero continente... signore assoluto di tutte le terre e di tutti i mari... ma tu, vedi di compiere anche una sola malefatta, un solo torto, un unico sopruso. Va bene? - Oggi il mio potere è quello di reggere la mia famiglia e i miei campi, di guidare i miei domestici e di servire la mia città. Non chiedo nulla di più! - Ma allora non hai capito! Io ho bisogno che tu sia un po' disonesto... ho scelto proprio te, per quel patto, perché mi fidavo della tua balordaggine, e invece guarda tu chi mi ritrovo: un buon padre di famiglia, un onesto padrone, un cittadino servizievole... Ascoltami, faccio un ultimo tentativo: oltre a quello che già ti ho promesso, posso solo darti una cosa in più, una cosa che nessuno possiede e che tutti vorrebbero... - E cosa sarebbe? - L'immortalità! Posso renderti immortale, a patto che tu compia una sola azione disonesta. Piccola, ma scellerata! Ci stai?
L'uomo non ebbe nemmeno il tempo di rispondere, perché in vece sua decise San Pietro, che dall'alto del Paradiso aveva seguito l'intera scena. Ebbe compassione di quel buon uomo, il Santo, e con un piccolo cenno della mano si prese la sua anima, portandola nel tripudio degli Angeli e degli Arcangeli e lasciando il Diavolo con un palmo di naso.
L'anima venduta al diavolo
Seconda versione
Stando a un'altra versione della medesima leggenda, il giovanotto di Ràgoli, dopo essersi impossessato dell'oro nascosto nelle tre marmitte del Lisàn, avrebbe continuato a vivere nello sperpero e nella dissolutezza, senza mai preoccuparsi di quelli che stavano peggio di lui. Anzi, preferiva gettare nel fiume il denaro che non sapeva come spendere, piuttosto che fare un po' d'elemosina. Non solo: quanto più spendeva, tanto più denaro si ritrovava poi in cassa e la giostra delle orge e delle malvagità riprendeva con maggior lena di prima. Ma giunse anche per lui il momento di diventar vecchio, debole e afflitto da mille acciacchi. Imperterrito, il manigoldo continuò a fare la bella vita, infischiandosi dei consigli alla prudenza e al contegno. Morì miseramente com'era vissuto: affogando nel vino e rimpinzandosi di cibo. L'unico a godere della sua fine fu il Diavolo, che si prese quell'anima dannata e, secondo il patto firmato col sangue, se la portò nell'angolo più profondo e buio dell'Inferno.
La Decima riscattata
«Esiste ancor oggi un favoloso tesoro, due marmitte piene colme di monete d'oro, nascosto al Ponte del Lisàn, in quel di Ràgoli. Ma guai al disgraziato che volesse appropriarsene: dovrebbe fare i conti col Diavolo, che l'oro difende come fosse suo!».
Così stava scritto in un antico libro, conservato nella Biblioteca pontificia a Roma e proprio questo libro lesse, un giorno, un tale di Ràgoli, che per lavoro viveva nella Città eterna. Non occorre aggiungere che quell'uomo venne preso all'improvviso dalla febbre del tesoro: lasciò il suo impiego, rientrò più veloce che poté al paesello e una sera, piccone e badile in mano, si recò al Ponte del Lisàn, che lui conosceva bene fin da quando aveva cominciato a camminare sulle sue gambe.
Dopo essersi guardato in giro, notò alcuni misteriosi segni nella roccia della montagna, che in quel punto precipitava a picco sul torrentello sottostante. Si sputò sul palmo delle mani, afferrò il piccone e sferrò un primo forte colpo sulla rupe. La roccia si sbriciolò all'istante e la punta del piccone aprì una piccola fessura, dalla quale fuoriuscì con un forte sibilo un pungente odore di zolfo. Poi, con un boato tremendo che fece barcollare il pover'uomo, uno spirito immondo scivolò fuori, ingigantendosi oltre le cime degli alberi lì attorno. Era un mostro incredibile, enorme e peloso, con due zampacce unghiate che stavano una da una parte, la seconda dall'altra parte del ponte. La faccia, poi, pareva un terrificante mascherone: occhi rossi come il fuoco, naso adunco e butterato, la bocca armata di zanne digrignanti...
Il disgraziato lasciò cadere il piccone e fuggì di filato in paese, per raccontare agli amici la tremenda scoperta. Ma l'oro, si sa, ha il potere di far vincere anche la paura più profonda: il giorno dopo l'uomo tornò al ponte accompagnato da un gruppetto di compari, tutti con picconi e badili in spalla. Si avvicinarono con attenzione al foro nella roccia, sbirciarono all'interno e... - Su, forza - si dissero, - oggi siamo in molti e nulla ci fermerà! Già: non conoscevano, i poveretti, la potenza del Male e quando presero a sferrar colpi sulla roccia, il mostro del giorno prima si materializzò urlando davanti a loro, accompagnato anche lui da una folta schiera di altrettanto terribili amici!
I malcapitati si spaventarono a morte e tornarono di corsa a casa, ripromettendosi di non parlarne a nessuno e soprattutto di non recarsi mai più dalle parti del Ponte del Lisàn. Ma i segreti, in paese, circolano più veloci del profumo della polenta: ben presto tutti vennero a sapere del tesoro di monete d'oro custodito dal Diavolo al Lisàn e i più vecchi escogitarono anche il modo per impossessarsene.
- Se quello è veramente il Diavolo - questo si diceva nell'osteria, - basta trovare un prete esorcista o un buon frate predicatore, e vedrete che lo spirito del male svanirà nell'aria, scacciato dalle litanie e dalle benedizioni! È vero, sarebbe bastato un prete coraggioso o un frate audace, ma per quanto lo cercassero e s'informassero, quelli di Ràgoli non ne trovarono uno solo disposto ad aiutarli. Fu così che la febbre dell'oro, in breve, si trasformò in disperazione... e i disperati, talvolta, sono anche i più fortunati. La gente di Ràgoli, infatti, di lì a poco decise di recarsi tutta quanta in massa al Ponte del Lisàn, ognuno portando con sé picconi, badili, ma anche pentole, forconi e soprattutto crocifissi benedetti. Giunti sul luogo del tesoro, al più giovane venne dato l'incarico di tirare il primo colpo di piccone, mentre gli altri si disposero in cerchio alle sue spalle, pronti a fronteggiare gli spiriti maligni. E quando i mostri irruppero urlando e ghignando fuori dalla fessura, trovarono ad attenderli centinaia di persone che, all'unisono, presero a urlare ancor più forte, a percuotere i badili sulle pentole, a battere i forconi sui tronchi degli alberi. Tutto questo fracasso, però, a ben poco sarebbe valso, se le donne non avessero cominciato ad agitare in alto i crocifissi benedetti, intonando inni sacri e preghiere salmodianti: i dèmoni, a quella vista, dapprima indietreggiarono sbuffando e sbavando veleno, poi uno dopo l'altro si diedero alla fuga, gridando bestemmie contro Dio e contro gli uomini.
Ecco: il tesoro era finalmente libero! Scavarono come degli ossessi per due giorni e due notti, quelli di Ràgoli, e alla fine, giunti nelle viscere della montagna, vi trovarono due giganteschi pentoloni colmi fino all'orlo di monete d'oro. Riempirono una ventina di sacchi e fecero ritorno al paese, portandosi appresso il nuovo interrogativo: «E adesso che ne facciamo, di tutto quest'oro?». - Sentite - dissero i più saggi, - questa fortuna ci è piovuta dal cielo e noi dobbiamo utilizzarla al meglio. Che ne dite di proporre al Vescovo di Trento il pagamento anticipato delle decime da oggi in poi? Noi gli daremo tutto l'oro che ci chiederà, e lui esenterà Ràgoli dal pagamento delle tasse fino alla fine del mondo!
Era un'ottima idea, anzi, era l'unico modo per far fruttare quel tesoro improvviso. Fu così che una delegazione, caricati i sacchi pieni di monete su alcuni carri, scese a Trento e si fece ricevere dal Principe Vescovo. - Ma veramente pensate di poter pagare adesso tutte le decime che dovrete pagare nei secoli futuri? - disse l'alto prelato, dopo aver ascoltato la proposta. - Contenti voi, io sono d'accordo. Tu, guardia, segna qui sul pavimento un cerchio del diametro di quattro passi e voi riempitelo tutto di monete d'oro Se ci riuscirete, sarete esentati dal pagare le decime finché vivrà l'ultimo dei vostri pronipoti!
Vennero avanti due uomini robusti armati di badile, mentre alle loro spalle gli altri aprirono i sacchi di monete. Quando una bella montagna d'oro occupò tutto lo spazio del cerchio ai piedi del Vescovo... - Sufficit - esclamò il prelato. - Ce n'è abbastanza! Per tutta risposta, i due di Ràgoli continuarono a immergere i badili nei sacchi e depositarono altre monete sul mucchio. - Sufficit... sufficit - urlò quasi arrabbiato il prelato, congedando poi la delegazione. Da allora la gente di Ràgoli non pagò più alcuna decima a Trento e quindi poté prosperare senza problemi o, almeno, con meno problemi dei paesi vicini.
Il tesoro e il caprone
Anche un uomo di Coltura, un villaggetto nei pressi di Ràgoli, perse la testa per un tesoro nascosto al Ponte del Lisàn. E ci provò, il poveretto, a recuperare l'oro e l'argento che si diceva fossero sepolti nei pressi del ponte: tuttavia, non appena la punta del piccone percosse una sola volta la roccia, un'improvvisa vampata di fuoco lo fece cadere a terra e un enorme caprone imbestialito apparso dal nulla lo inseguì fino a Ràgoli, per lasciarcelo mezzo morto di stanchezza e di paura! Ma il desiderio dell'oro brucia più di un incendio: ritentò una, due, tre volte ancora, il disgraziato, picconando la pietra, stramazzando a terra per non esser colpito dal globo di fuoco e fuggendo ogni volta inseguito dal caprone inferocito. Ancor oggi, passando per il Ponte del Lisàn, è possibile scorgere due fori nella roccia: è ciò che rimane della testardaggine di quell'uomo, che visse e morì povero com'era nato.
L'ultimo degli appestati
Quando la terribile pestilenza del 1630 - la stessa descritta così bene dal Manzoni ne «I Promessi Sposi» - s'abbattè anche sul Trentino, la gente dei villaggi venne colta alla sprovvista dal morbo letale. A migliaia morirono imprigionati nelle loro case, isolati dal resto del mondo, perché in tal modo avevano pensato di scampare al pericolo: infatti le valli vennero presidiate agli imbocchi; ai crocicchi le guardie bloccavano e rimandavano indietro i sospetti portatori del male e si preferiva passare per le armi coloro che si ribellavano, piuttosto che correre il rischio di veder propagarsi l'epidemia. Eppure la peste riuscì a superare anche le barriere più impenetrabili e raggiunse perfino i paeselli e i villaggetti più isolati.
Fu il caso di Irone, quattro case in tutto all'inizio della Val d'Algone: in pochissime settimane la popolazione, già scarsa di per sé, venne falcidiata, tanto che alla fine rimase in vita un solo superstite, ridotto al compito di guardiano dei morti.
Un giorno, trascinatosi con le ultime forze sulla cima del Doss dei Cópi, chiamò a gran voce la gente che abitava di sotto, supplicandola di convocare un notaio. Fu accontentato e così gridò ai quattro venti il suo testamento, lasciando precise disposizioni per il futuro della sua casa e dei suoi campi. Ma fu un gesto inutile: per sua fortuna il morbo scemò all'improvviso, così come all'improvviso era esploso, e l'uomo ebbe salva la vita. Anzi, toccò a lui l'onore di contribuire alla rinascita dei paesi vicini, non certo di Irone, che da quell'anno fu abbandonato dagli uomini, anche se non da Dio.1
1 Solamente in questi ultimi anni la gente ha riscoperto Irone, restaurando le antiche case e tornandovi ad abitare nei mesi estivi.
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