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Ragoli

L’Om dal Formai

Faustino e la peste

Il tesoro del Lisano

L’anima venduta al Diavolo (prima versione)

L’anima venduta al Diavolo (seconda versione)

La Decima riscattata

Il tesoro e il caprone

L’ultimo degli appestati

“L’om dal formai”

Mille anni fa.
E’ giugno.
Innocenzo, un giovane di dieci anni che abita a Fevri, è felice di partire per l’alpeggio sullo Spinale. Questo monte, allora era di proprietà degli abitanti di Commezzadura in val di Sole.
La madre gli fa le ultime raccomandazioni, si salutano e si danno appuntamento per il 29 settembre. Dopo essere partiti, che era ancora buio, Innocenzo, suo padre e altri pastori di Favrio, Bolciana, Vigo, Coltura e Pec stanno per arrivare col bestiame allo Spinale.
Sul monte si apre un grande pascolo alpino. I fiori sono come tanti puntini gialli e i bovini come tanti punti neri nel verde dell’erba. Innocenzo, crescendo, vedeva di anno in anno rinascere l’erba. Sempre l’erba teneva testa alle mandrie e le mandrie tenevano testa all’erba.
Un giorno Innocenzo osserva stupito tre uomini che stanno per giungere alla malga. Poco dopo vede l’anziano capo malga discutere con loro. Il giovane pastore sentì. “voi ragolesi, ogni 29 settembre, giorno di S. Michele, come compenso per l’utilizzo di questo pascolo ci darete un uomo di formaggio! Questa è la nostra proposta, siete d’accordo?”. Qualche giorno dopo, sul dosso dei Fevri, davanti alle cattedrali di pietra del Brenta, convennero solandri e ragolesi. Percorsero in lungo e in largo i dossi e le buche dello Spinale e valutarono che l’erba era tanta e bella. Di comune accordo considerarono equo l’affitto corrispondente ad un uomo di formaggio. Una solenne stretta di mano suggellò l’intesa. Per diversi anni i solandri mandarono un uomo di statura media e non ci fu mai niente da ridire. L’affitto concordato, tanti formaggi quanto l’altezza di un uomo, era sempre riscosso puntualmente il giorno di S. Michele dagli abitanti di Commezzadura.
Innocenzo si alza presto. Ancora prima dell’alba riunisce le vacche da mungere chiamandole ad una ad una: “Mora… tee-tee…, toh-toh…, sal-sal…, ii-iih…”. Sempre ubbidiente agi ordini dei più anziani munge, pulisce la baita del latte, conduce la mandria al pascolo, prepara la legna…
Nel tardo pomeriggio osserva il casaro che sala, olia e gira le spresse. Rimane immobile davanti alle assi dove sono perfettamente allineate le forme e le conta e riconta come se fossero monete d’oro. Trascorrono i giorni e il suo tesoro cresce. Questa soddisfazione sempre lo ripaga delle fatiche della giornata.
Il pascolo dello Spinale è ampio, il latte tanto. Ogni giorno il fuoco scoppietta sotto la caldera, dando al latte la giusta temperatura che solo l’esperienza del casaro sa cogliere. Sotto lo sguardo attento di Innocenzo il casaro prosegue nel suo lavoro aggiungendo un pizzico di caglio e poi affrettandosi a mescolare. Innocenzo desidera intensamente imparare il mestiere perché un giorno avrebbe voluto farlo anche lui. Ascolta i consigli del casaro come se si trattasses di formule magiche da imparare a memoria: “Ricordate, bocia, che le mei en minuto en pù giù la caldera che n’an sa la scalera” (ricordati ragazzo, che è meglio un minuto in più giù nel….. che un anno sullo scaffale – della stagionatura), diceva il casaro, tramandando così i segreti della sua antica arte.
Il tempo di Innocenzo scorreva secondo i ritmi del lavoro in malga. Passarono così molte stagioni e, a fine estate, giunse nuovamente la data de pagamento dell’affitto. Anche quell’anno, come i trascorsi, arrivò in vista della malga il solandro. Già da lontano Innocenzo notò che quell’uomo era più grande del solito.
Man a mano che risaliva verso lo Spinale, l’impressione divenne certezza. Lo stupore e l’incredulità erano di tutti. Era un uomo altissimo, un vero e proprio gigante! I formaggi impilati non arrivavano alla misura. Nella mente di Innocenzo riaffiorò l’immagine del patto sancito al tempo della sua adolescenza. Questa astuzia non corrispondeva alla sua idea di equità e allo spirito originario dell’accordo. Il lavoro di un’estate stava per andare in fumo. Su tutti i volti sembrava trasparire questo pensiero. Un’occhiata di consenso spinse Innocenzo all’azione. Afferrata la roncola, con un colpo deciso accorciò il malcapitato.
Da allora i solandri non si fidarono più a mandare qualcuno a riscuotere l’affitto. Giudice supremo di quest’atto fu il Signore. Castigò i ragolesi facendo sì che ogni volta che avessero condotto il bestiame allo Spinale sarebbe sempre piovuto abbondantemente. Tuttora i rendenesi dicono che “quanchè i pàsa i Ragoi a nar en Spinàl coli vachi ‘l plof sèmpro…” (quando passano i ragolesi per andare allo Spinale con le mucche piove sempre).

Faustino e la peste

Fino al 1600, circa, Irone era un paese tranquillo, con le case di legno e di sassi. Nel centro c’era una falegnameria che si affacciava sulla piazza principale. Nella falegnameria Faustino trascorreva ore e ore a lavorare fino a tarda notte: costruiva scandole per i tetti, panche, sgabelli per mungere…
A Irone, nella bella stagione, giungeva una volta al mese Bortolo, il mercante, con il suo carro colmo di farina, zucchero, stoffe, pentolame.
Era quasi primavera e anche quell’anno, il 1630, Bortolo giunse nel paese con il suo carro ma, oltre alla merce da vendere, portò anche una terribile malattia che affliggeva il Nord Italia: la peste.
Le valli vennero presidiate agli imbocchi e le guardie mandavano indietro le persone sospette portatrici del male.
Ma la peste riuscì a penetrare anche nei paesi più sperduti; gli abitanti di Irone si contagiarono l’un l’altro e iniziarono a morire. In poche settimane la popolazione venne decimata. Ovunque vi era morte e distruzione e i corpi giacevano immobili a terra.
Vi era un solo superstite: il nostro Faustino che, seppur malato anche lui, aveva l’ingrato compito di far da guardiano ai morti. A fatica Faustino si portò fino sul Dos dai Còpi e gridò le sue ultime volontà che arrivarono, rimbombando, fino ai paesi sottostanti.
Ma così come velocemente si era propagata, altrettanto velocemente la peste scomparve. Faustino riuscì a guarire e partecipò alla ricostruzione dei paesi vicini.

Il tesoro del Lisano

Anni or sono, nei nostri paesi, si pagavano le decime delle biade prodotte nei campi o ai dinasti o direttamente al Principato vescovile di Trento. Questo non facevano gli abitanti del paese di Ragoli, perché se n’erano liberati mediante lo sborso, fatto in antico, d’una buona somma di danaro sonante al Principe Vescovo di Trento, come parla una lapide di marmo nero di Cerana (località presso il detto paese) collocata nella muraglia interna di mezzodì della vecchia chiesa di San Faustino, in caratteri che si dicono gotici. “Ma dove presero tanto denaro?” dirà più d’uno.
Si narra (questo è il racconto) che se ne liberarono mediante un tesoro dissotterrato presso il ponte del Lisano, a sinistra della vecchia strada che conduce da Ragoli a Stenico. Dove imbocca la valle d’Algone. Dal ponte, gettato sul torrentello Lisano che percorre questa valletta, tuttora si vedono, scavate per metà nel masso, due buche rotonde come il fondo di un paiolo.
Un certo Ignazio dei Ragoi, notaio in quel di Roma, avendo dimestichezza nella lettura e nella ricerca di testi antichi, trovò in un archivio della città un libro polveroso e in disuso che riportava la mappa di un tesoro nascosto nelle vicinanze del ponte del Lisano.
Si fece preparare dal suo servo un cavallo tra i più veloci che aveva nella stalla e nottetempo partì alla volta di Ragoli. Durante il tragitto si fermò presso una locanda, si riposò, abbeverò il cavallo e, udito un martellare continuo lì vicino gli venne in mente che gli occorreva un piccone robusto: passò quindi dall’officina del fabbro, sul retro della locanda.
Giunto finalmente al torrente del Lisano diede la prima picconata e restando di sasso, vide apparire una figura diabolica, schizzante fiamme, che era posta a gambe divaricate, sulle due rive del fiumiciattolo.
Per qualche istante rimase come di ghiaccio. Tutto tremante corse in paese e raccontò l’accaduto ai Ragolesi. I più coraggiosi si recarono, la notte, sul posto e videro apparire lo stesso losco individuo che sghignazzava e sputava fuoco incendiando qua e là ciuffi di erba secca.
I paesani decisero che bisognava dare battaglia agli spiriti maligni del Lisano. Perciò pensarono subito a don Battista, il prete del paese. A quell’ora, saranno state le cinque del mattino, era senz’altro in chiesa davanti al suo breviario per le orazioni mattutine. Senza bussare, i contadini si precipitarono in sagrestia e scongiurarono il prete di recarsi sul luogo malefico e, con l’acqua santa, far fuggire il diavolo. Don Battista, terrorizzato, ci pensò su un bel po’: “Non posso – mentì – devo far visita a certi malati che versano in punto di morte… e nemmeno se mi pagate in oro sonante, verro là!”.
I popolani testardi e cocciuti si recarono in massa sul posto del tesoro e, armati di coltellacci, roncole, bastoni, forche, vanghe e rastrelli urlarono a tal punto che i monti circostanti mandavano l’eco delle loro imprecazioni. Improvvisamente dal terreno, reso incandescente dalle fiamme, apparve il solito demonio che a poco a poco si stava trasformando in un caprone cornuto e lanoso. A quelle minacce, il diavolo divenuto caprone, con agili balzi fra le rocce scappò verso la Sarca, giù fino al Pont de Pià dove scomparve nella Forra del Limarò.
I ragolesi allora, tirarono un sospiro di sollievo e con grande lena, afferrate le vanghe e i picconi, iniziarono a rimuovere sassi e terreno, terreno e sassi… Finalmente un tintinnio inaspettato contro le vanghe li fece sussultare. I paesani, incuranti del sudore e della fatica, proseguirono con maggior foga nella ricerca e…: “Meraviglia!” dissotterrarono due pentoloni strapieni di monete d’oro fino.
Che fare di tanto denaro? I saggi del paese si ricordarono di quanto fosse oneroso da pagare il prezzo delle decime. Esse mettevano in ginocchio il guadagno dei contadini…, i supervisori del feudatario erano sempre lì come avvoltoi, nemmeno un sacco di grano sfuggiva al loro controllo!
Ecco dunque l’idea di recarsi a Trento dal Principe Vescovo e offrirgli tutto il denaro possibile di quel tesoro per cancellare le decime!
Giunti al palazzo del Vescovo si fecero annunciare. L’illustre personaggio li attendeva impaziente nel grande salone del castello. All’oscuro del ritrovamento, si domandava come mai, contadini sempliciotti e analfabeti, chiedessero di lui. Un sorriso ironico sfiorò il viso del Principe Vescovo. Tirò la corda della campanella e un servitore accorse. “Traccia sul pavimento – ordinò il Vescovo – un cerchio grande come quattro passi di san Vigilio. E voi – continuò rivolto ai contadini di Ragoli – riempite questo cerchio di monete d’oro e sarete liberati per sempre dal pagamento delle decime!”.
Il cerchio scomparve a poco a poco sotto una montagna di scintillanti danari. Il Vescovo rimase di stucco per tanta abbondanza e fermò il baldanzoso “ragol” che voleva aggiungere altre palate per bravata ed esclamò: “Sufficit, Sufficit!
Così tutti i “Ragoi” furono liberati per sempre dal pagamento delle decime.

L'anima venduta al diavolo

prima versione

Quante cose si fanno, pur di vivere nell'ozio e negli agi! Ecco cosa avvenne a un giovane di Ràgoli. Lo scapestrato era assai conosciuto in zona per la vita dissoluta che conduceva, dilapidando i beni di famiglia e circondandosi di brutti figuri, assieme ai quali importunava le fanciulle del paese e teneva svegli con canti e lazzi i poveri contadini che di notte cercavano di riposarsi dopo le fatiche del giorno. Insomma, era proprio il tipo col quale il Demonio poteva trescare per ottenerne in cambio l'anima. E infatti...Una sera, mentre il giovanotto rientrava solo soletto a casa dopo l'ennesima scorribanda da un'osteria all'altra, il Diavolo gli si fece incontro e gli parlò con voce cavernosa e roca.- Ehi, bellimbusto, te l'ha mai detto nessuno che possiedi una cosa alla quale io tengo in modo particolare? Sarà stato il vino bevuto quella sera, oppure il coraggio dell'incoscienza, fatto sta che l'altro non si spaventò e rispose per le rime.- Se questa cosa così preziosa è mia, non vedo perché deve interessare a un figuro come te! - Eh, eh, eh... hai anche la lingua lunga, vero? Ascoltami bene, ti propongo un patto - e Satana si fece ancor più vicino, abbassando il tono della voce - Io posso renderti ricco, più ricco dell'uomo più ricco che esista, a patto che tu, quando morrai... oh, fra molti, moltissimi anni... regali la tua anima a me! Che ne dici?

Sarà stato ancora l'effetto del vino, oppure l'ultimo sussulto dell'incoscienza, ma il giovane non si tirò indietro. Senza dire una parola allungò il polso della mano sinistra, impugnando con l'altra uno stiletto: un piccolo taglio, alcune gocce di sangue fatte colare sulla pergamena che il Maligno gli porgeva e il patto fu siglato. Per l'eternità. Bene, hai fatto la cosa giusta - biascicò il Diavolo, nascondendo la pergamena sotto l'ampio mantellaccio nero che lo copriva fino ai piedi - E adesso corri al ponte del Lisàn, guardati bene in giro e vedrai tre cavità nella roccia... in quelle marmitte di pietra è custodito il tuo tesoro... eh! eh! eh!

Il Malvagio sparì all'istante in una nube azzurrognola, lasciando dietro di sé un acre odore di zolfo. Il ragazzo si scosse, si stropicciò gli occhi e finalmente capì quel che gli era successo. «Poco male - si disse grattandosi la zucca, - vorrà dire che andrò subito a vedere quanto son diventato ricco!». Raggiunse in breve il ponte del Lisàn e poco distante vide subito le tre cavità nella montagna. Erano piene colme di monete, una montagna d'oro che il giovane non aveva mai nemmeno sognato! E da quella notte la sua vita cambiò.

Divenne ricchissimo: se ne andò dal paese per stabilirsi in città, in un grande palazzo; trovò a servirlo una schiera di domestici; acquistò campagne e le fece coltivare da fidati contadini; sposò una brava ragazza conosciuta a una festa in piazza, e fu sempre gentile e premuroso con lei («Nooo, non si fa così!» urlava intanto il Diavolo all'Inferno); divenne padre tre volte e fu affettuoso con i figlioli, che crebbero sani di corpo e di cuore («Ma come, e tu saresti lo scapestrato di un tempo? Quello sul quale io ho impegnato il mio onore di diavolo?»). Quando incontrava qualcuno in difficoltà, apriva sempre la borsa e regalava ai più poveri quel tanto che permettesse loro di rifarsi un'esistenza («Aaahhh! Non si comporta così chi ha venduto l'anima al Male!»). E ogni domenica, al termine della messa, un sacchetto di monete d'oro scivolava invariabilmente e di nascosto nelle mani del parroco... «Per i vostri poverelli!» mormorava l'uomo ricco, con un sorriso misterioso.

- Basta così! - proruppe il Diavolo, apparendo all'improvviso di notte al suo «discepolo». - Ma cosa stai facendo... non era questo, il patto! - Come no - rispose l'altro tranquillo - Tu mi hai fatto ricco e io ti renderò l'anima al termine della mia vita, ma non mi hai detto come dovevo spendere il mio denaro! - Già, ma non lo sai che se con tutto quell'oro non compirai mai un'azione malvagia, il patto firmato col tuo sangue non avrà alcun effetto? - Davvero? E chi lo sapeva... tu, forse! A me sta bene spendere i miei soldi come ho fatto sinora e non ho alcuna intenzione di cambiar vita. - Senti - proseguì il Malvagio calmandosi un poco - facciamo cosi: moltiplicherò per due le ricchezze che hai accumulato, ti regalerò altri tre palazzi e il quadruplo di campagne, tutto quello che mi chiederai, ma tu cerca di spendere almeno uno soldo, uno soltanto, per far del male agli altri! - Che me ne faccio del denaro in più che mi offri: ne ho già tanto, che non so nemmeno come spenderlo! - D'accordo, allora, allora... potere! Ti darò tutto il potere che vorrai! Ti farò re di questa terra... oppure imperatore dell'intero continente... signore assoluto di tutte le terre e di tutti i mari... ma tu, vedi di compiere anche una sola malefatta, un solo torto, un unico sopruso. Va bene? - Oggi il mio potere è quello di reggere la mia famiglia e i miei campi, di guidare i miei domestici e di servire la mia città. Non chiedo nulla di più! - Ma allora non hai capito! Io ho bisogno che tu sia un po' disonesto... ho scelto proprio te, per quel patto, perché mi fidavo della tua balordaggine, e invece guarda tu chi mi ritrovo: un buon padre di famiglia, un onesto padrone, un cittadino servizievole... Ascoltami, faccio un ultimo tentativo: oltre a quello che già ti ho promesso, posso solo darti una cosa in più, una cosa che nessuno possiede e che tutti vorrebbero... - E cosa sarebbe? - L'immortalità! Posso renderti immortale, a patto che tu compia una sola azione disonesta. Piccola, ma scellerata! Ci stai?

L'uomo non ebbe nemmeno il tempo di rispondere, perché in vece sua decise San Pietro, che dall'alto del Paradiso aveva seguito l'intera scena. Ebbe compassione di quel buon uomo, il Santo, e con un piccolo cenno della mano si prese la sua anima, portandola nel tripudio degli Angeli e degli Arcangeli e lasciando il Diavolo con un palmo di naso.

L'anima venduta al diavolo

Seconda versione

Stando a un'altra versione della medesima leggenda, il giovanotto di Ràgoli, dopo essersi impossessato dell'oro nascosto nelle tre marmitte del Lisàn, avrebbe continuato a vivere nello sperpero e nella dissolutezza, senza mai preoccuparsi di quelli che stavano peggio di lui. Anzi, preferiva gettare nel fiume il denaro che non sapeva come spendere, piuttosto che fare un po' d'elemosina. Non solo: quanto più spendeva, tanto più denaro si ritrovava poi in cassa e la giostra delle orge e delle malvagità riprendeva con maggior lena di prima. Ma giunse anche per lui il momento di diventar vecchio, debole e afflitto da mille acciacchi. Imperterrito, il manigoldo continuò a fare la bella vita, infischiandosi dei consigli alla prudenza e al contegno. Morì miseramente com'era vissuto: affogando nel vino e rimpinzandosi di cibo. L'unico a godere della sua fine fu il Diavolo, che si prese quell'anima dannata e, secondo il patto firmato col sangue, se la portò nell'angolo più profondo e buio dell'Inferno.

La Decima riscattata

«Esiste ancor oggi un favoloso tesoro, due marmitte piene colme di monete d'oro, nascosto al Ponte del Lisàn, in quel di Ràgoli. Ma guai al disgraziato che volesse appropriarsene: dovrebbe fare i conti col Diavolo, che l'oro difende come fosse suo!».

Così stava scritto in un antico libro, conservato nella Biblioteca pontificia a Roma e proprio questo libro lesse, un giorno, un tale di Ràgoli, che per lavoro viveva nella Città eterna. Non occorre aggiungere che quell'uomo venne preso all'improvviso dalla febbre del tesoro: lasciò il suo impiego, rientrò più veloce che poté al paesello e una sera, piccone e badile in mano, si recò al Ponte del Lisàn, che lui conosceva bene fin da quando aveva cominciato a camminare sulle sue gambe.

Dopo essersi guardato in giro, notò alcuni misteriosi segni nella roccia della montagna, che in quel punto precipitava a picco sul torrentello sottostante. Si sputò sul palmo delle mani, afferrò il piccone e sferrò un primo forte colpo sulla rupe. La roccia si sbriciolò all'istante e la punta del piccone aprì una piccola fessura, dalla quale fuoriuscì con un forte sibilo un pungente odore di zolfo. Poi, con un boato tremendo che fece barcollare il pover'uomo, uno spirito immondo scivolò fuori, ingigantendosi oltre le cime degli alberi lì attorno. Era un mostro incredibile, enorme e peloso, con due zampacce unghiate che stavano una da una parte, la seconda dall'altra parte del ponte. La faccia, poi, pareva un terrificante mascherone: occhi rossi come il fuoco, naso adunco e butterato, la bocca armata di zanne digrignanti...

Il disgraziato lasciò cadere il piccone e fuggì di filato in paese, per raccontare agli amici la tremenda scoperta. Ma l'oro, si sa, ha il potere di far vincere anche la paura più profonda: il giorno dopo l'uomo tornò al ponte accompagnato da un gruppetto di compari, tutti con picconi e badili in spalla. Si avvicinarono con attenzione al foro nella roccia, sbirciarono all'interno e... - Su, forza - si dissero, - oggi siamo in molti e nulla ci fermerà! Già: non conoscevano, i poveretti, la potenza del Male e quando presero a sferrar colpi sulla roccia, il mostro del giorno prima si materializzò urlando davanti a loro, accompagnato anche lui da una folta schiera di altrettanto terribili amici!

I malcapitati si spaventarono a morte e tornarono di corsa a casa, ripromettendosi di non parlarne a nessuno e soprattutto di non recarsi mai più dalle parti del Ponte del Lisàn. Ma i segreti, in paese, circolano più veloci del profumo della polenta: ben presto tutti vennero a sapere del tesoro di monete d'oro custodito dal Diavolo al Lisàn e i più vecchi escogitarono anche il modo per impossessarsene.

- Se quello è veramente il Diavolo - questo si diceva nell'osteria, - basta trovare un prete esorcista o un buon frate predicatore, e vedrete che lo spirito del male svanirà nell'aria, scacciato dalle litanie e dalle benedizioni! È vero, sarebbe bastato un prete coraggioso o un frate audace, ma per quanto lo cercassero e s'informassero, quelli di Ràgoli non ne trovarono uno solo disposto ad aiutarli. Fu così che la febbre dell'oro, in breve, si trasformò in disperazione... e i disperati, talvolta, sono anche i più fortunati. La gente di Ràgoli, infatti, di lì a poco decise di recarsi tutta quanta in massa al Ponte del Lisàn, ognuno portando con sé picconi, badili, ma anche pentole, forconi e soprattutto crocifissi benedetti. Giunti sul luogo del tesoro, al più giovane venne dato l'incarico di tirare il primo colpo di piccone, mentre gli altri si disposero in cerchio alle sue spalle, pronti a fronteggiare gli spiriti maligni. E quando i mostri irruppero urlando e ghignando fuori dalla fessura, trovarono ad attenderli centinaia di persone che, all'unisono, presero a urlare ancor più forte, a percuotere i badili sulle pentole, a battere i forconi sui tronchi degli alberi. Tutto questo fracasso, però, a ben poco sarebbe valso, se le donne non avessero cominciato ad agitare in alto i crocifissi benedetti, intonando inni sacri e preghiere salmodianti: i dèmoni, a quella vista, dapprima indietreggiarono sbuffando e sbavando veleno, poi uno dopo l'altro si diedero alla fuga, gridando bestemmie contro Dio e contro gli uomini.

Ecco: il tesoro era finalmente libero! Scavarono come degli ossessi per due giorni e due notti, quelli di Ràgoli, e alla fine, giunti nelle viscere della montagna, vi trovarono due giganteschi pentoloni colmi fino all'orlo di monete d'oro. Riempirono una ventina di sacchi e fecero ritorno al paese, portandosi appresso il nuovo interrogativo: «E adesso che ne facciamo, di tutto quest'oro?». - Sentite - dissero i più saggi, - questa fortuna ci è piovuta dal cielo e noi dobbiamo utilizzarla al meglio. Che ne dite di proporre al Vescovo di Trento il pagamento anticipato delle decime da oggi in poi? Noi gli daremo tutto l'oro che ci chiederà, e lui esenterà Ràgoli dal pagamento delle tasse fino alla fine del mondo!

Era un'ottima idea, anzi, era l'unico modo per far fruttare quel tesoro improvviso. Fu così che una delegazione, caricati i sacchi pieni di monete su alcuni carri, scese a Trento e si fece ricevere dal Principe Vescovo. - Ma veramente pensate di poter pagare adesso tutte le decime che dovrete pagare nei secoli futuri? - disse l'alto prelato, dopo aver ascoltato la proposta. - Contenti voi, io sono d'accordo. Tu, guardia, segna qui sul pavimento un cerchio del diametro di quattro passi e voi riempitelo tutto di monete d'oro Se ci riuscirete, sarete esentati dal pagare le decime finché vivrà l'ultimo dei vostri pronipoti!

Vennero avanti due uomini robusti armati di badile, mentre alle loro spalle gli altri aprirono i sacchi di monete. Quando una bella montagna d'oro occupò tutto lo spazio del cerchio ai piedi del Vescovo... - Sufficit - esclamò il prelato. - Ce n'è abbastanza! Per tutta risposta, i due di Ràgoli continuarono a immergere i badili nei sacchi e depositarono altre monete sul mucchio. - Sufficit... sufficit - urlò quasi arrabbiato il prelato, congedando poi la delegazione. Da allora la gente di Ràgoli non pagò più alcuna decima a Trento e quindi poté prosperare senza problemi o, almeno, con meno problemi dei paesi vicini.

Il tesoro e il caprone

Anche un uomo di Coltura, un villaggetto nei pressi di Ràgoli, perse la testa per un tesoro nascosto al Ponte del Lisàn. E ci provò, il poveretto, a recuperare l'oro e l'argento che si diceva fossero sepolti nei pressi del ponte: tuttavia, non appena la punta del piccone percosse una sola volta la roccia, un'improvvisa vampata di fuoco lo fece cadere a terra e un enorme caprone imbestialito apparso dal nulla lo inseguì fino a Ràgoli, per lasciarcelo mezzo morto di stanchezza e di paura! Ma il desiderio dell'oro brucia più di un incendio: ritentò una, due, tre volte ancora, il disgraziato, picconando la pietra, stramazzando a terra per non esser colpito dal globo di fuoco e fuggendo ogni volta inseguito dal caprone inferocito. Ancor oggi, passando per il Ponte del Lisàn, è possibile scorgere due fori nella roccia: è ciò che rimane della testardaggine di quell'uomo, che visse e morì povero com'era nato.

L'ultimo degli appestati

Quando la terribile pestilenza del 1630 - la stessa descritta così bene dal Manzoni ne «I Promessi Sposi» - s'abbattè anche sul Trentino, la gente dei villaggi venne colta alla sprovvista dal morbo letale. A migliaia morirono imprigionati nelle loro case, isolati dal resto del mondo, perché in tal modo avevano pensato di scampare al pericolo: infatti le valli vennero presidiate agli imbocchi; ai crocicchi le guardie bloccavano e rimandavano indietro i sospetti portatori del male e si preferiva passare per le armi coloro che si ribellavano, piuttosto che correre il rischio di veder propagarsi l'epidemia. Eppure la peste riuscì a superare anche le barriere più impenetrabili e raggiunse perfino i paeselli e i villaggetti più isolati.

Fu il caso di Irone, quattro case in tutto all'inizio della Val d'Algone: in pochissime settimane la popolazione, già scarsa di per sé, venne falcidiata, tanto che alla fine rimase in vita un solo superstite, ridotto al compito di guardiano dei morti.

Un giorno, trascinatosi con le ultime forze sulla cima del Doss dei Cópi, chiamò a gran voce la gente che abitava di sotto, supplicandola di convocare un notaio. Fu accontentato e così gridò ai quattro venti il suo testamento, lasciando precise disposizioni per il futuro della sua casa e dei suoi campi. Ma fu un gesto inutile: per sua fortuna il morbo scemò all'improvviso, così come all'improvviso era esploso, e l'uomo ebbe salva la vita. Anzi, toccò a lui l'onore di contribuire alla rinascita dei paesi vicini, non certo di Irone, che da quell'anno fu abbandonato dagli uomini, anche se non da Dio.1

1 Solamente in questi ultimi anni la gente ha riscoperto Irone, restaurando le antiche case e tornandovi ad abitare nei mesi estivi.