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Racconti

Inno alle Regole

Il larice di Brenta Alta

Inno alle Regole

Domenico Martini, Ragoli

Noi delle Regole
siam fieri e lieti
che libertà al fine
rallegra i nostri cuor.
Te le diciamo, te le cantiamo e poi…
Basta lotte per il Feudo
e del Fascio l’oppressione:
son spariti il Dittatore
e l’infausta schiavitù.
Te le diciamo, te le cantiamo e poi…
Viva Preore e Ragoli
e Montagne in libertà,
viva viva le Regole e la Comunità
Te le diciamo, te le cantiamo e poi…
Regni concordia e pace
nel sorriso e nel lavoro
cantiamo tutti in coro:
coi beni ritornati c’è serenità.
Te le diciamo, te le cantiamo e poi…
Dai nostri Avi è dato
alle malghe ai rifugi
e alla comunità
il diritto di fieni boschi e
legna
nella libertà
Te le diciamo, te le cantiamo e poi…
Viva
viva
la Comunità

Il larice di Brenta Alta

di Paolo Paletti

“Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto“
Rabrindanat Tagore
“Albero spezzato, scheggiato,
pendente ormai di anno in anno.
Secco stride nel vento il suo
canto, senza fogliame, senza
corteccia, spoglio, smorto, stanco
di una vita troppo lunga. Duro ed
aspro risuona il suo canto, ancora
per un’estate, ancora per un inverno.”
Hermann Hesse
Il larice
I resti del larice di Brenta Alta, foto archivio Servizio Sistemazione montana PAT
Come avrà fatto un esemplare di larice a sopravvivere, per tutti quei secoli?
Un longevo testimone del tempo è stato il nostro Larix decidua Miller. Cresciuto e vissuto in Brenta Alta per circa seicento anni, è rimasto un osservatore vigile e attento, un perfetto “registratore“, un climatologo robusto e attendibile. E’ resistito così a lungo perché nato in una posizione difficile da raggiungere? Era protetto da una parete rocciosa? L’ha custodito il saltaro perché essere singolare, simbolico? E’stato difeso dalle Driadi, le immortali divinità mitologiche abitatrici dei boschi?
E’questo, un esempio evidente delle notevoli capacità di sopravvivenza della specie larice nelle difficili condizioni climatiche e del suolo delle zone di alta montagna tipica della Brenta Alta.
Secondo testimonianze locali, il larice è stato strappato con violenza, sradicato e trascinato da una slavina, durante i nevosi inverni 1916/17 o 1917/18. Il suo poderoso tronco fu notato nell’immediato secondo dopoguerra, sepolto in parte da una frana, sulla destra orografica della Busa di Brenta. Deve essere stato rimasto sotto lo sfasciume per circa trent’anni durante i quali è stato cullato, trasportato e infine adagiato su un ridotto ripiano erboso. Il luogo del ritrovamento è a circa 1700 metri di quota, in prossimità del sentiero che da Brenta Alta porta verso il sentiero Violi, dove esso incrocia quel ripido canalone che, partendo dal sentiero Bogani confluisce nel corso d’acqua appunto alla destra del ripiano.
Nel 1948/49 la ditta Ramponi, boscaioli della valle di Sole, eseguono l’ultimo importante taglio di legname in Brenta Alta e durante i lavori decidono di utilizzare la testa del larice rivolta a valle, lasciando circa sei metri di tronco. Una parte di quel legno è stato utilizzato sul posto per fabbricare alcuni mastelli a doghe e la spersola, usati dai Floriani di Ragoli, che in cambio dell’utilizzo della rudimentale teleferica per lo scarico delle bore, all’occorrenza usata per trasportare a valle materiale caseario, offrivano ospitalità ai borer durante l’alpeggio. Di questi oggetti è rimasto solo el spresur , che l’estate scorsa è stato ritrovato ancora sul posto coperto da muschio e erba da Celso Florani; ora si trova all’interno del ricostruito baito. Questi sono gli ultimi anni che la malga è stata monticata.
Nei primi anni ottanta su segnalazione del custode forestale Livio Giovanella, il dott. Danilo Mosna, reduce dall’ultimo censimento forestale nella zona, si rendeva conto di essere di fronte ad un esemplare particolarmente interessante, così propose al maresciallo Mario Vender, della stazione di Pinzolo, di recuperare una parte del vetusto larice.
Detto fatto, il Vender aiutato dal Giovanella e da alcuni operai forestali, dopo aver gentilmente invitato a girare alla larga una quarantina di Rupicapra Rupicapra, dato un adeguato cichet che dette il “la”, meglio il “lo”, alla potente motosega Mc Culloch, riuscendo a farla partire, ottennero un buon formai de legn del peso di 98 kg. E ora? Adagiarlo su una barela, scendere da far nos lungo la Scala e caricarlo sulla Campagnola ferma alla partenza della teleferica dei Brentei? Portarla poche centinaia di metri sotto, dove la fune di questa teleferica è tesa in comoda posizione?
“Ma se go apena smacà na contravenzion ai Detassis, te pode enmaginarte se i na le concede! Na zentventiset i ga sul rifugio; i le dopera par far la spola dala baraca dela teleferica al rifugio, se pol? Ndo credai da esar, a Cristo Re a Trent? Par fortuna che i dis de esar i custodi dal Brenta! E po’, qual muret a seco lì lonch el senter che va en giù, qual fat su dala squadra dal Begal de Campei en tal trenta ; pensa che, aidati dai alpini dei campi estivi, i trentin i gheva l’idea de rendar motocarrozzabile el senter che vegn su dai Casinei; iavrà dit la teleferica no la fom su gnanca! Anca quela ho dovest vigiar!”
Abbandonata l’idea della teleferica, sistemata la rotella su una craizera, datisi cambi adeguati e consci dell’impresa che stavano compiendo, la squadra dei forestali percorse l’impervio sentiero Violi. Prima del Prà del Mandron, dove il sentiero ha un andamento pericoloso, qualcuno di essi sarà stato tentato di infilarla lungo il ripido tof ? Appena giunto al Mandron il portatore si rincuorò, così scongiurato il pericolo di veder andare a rotoli la preziosa sezione trasversale del seicentenario, doppiato el spigol dei Casinei, scaricarono il pesante fardello davanti al Fredo. Qui la testimonianza si interrompe; non ci è stato riferito su come i prodi si siano rifocillati, sappiamo solo che la forma de formai de legn è stata questa volta adagiata sul liscio piano della teleferica dei Casinei per poi silenziosamente scendere in Vallesinella.
Si suppone che dopo essere stata caricata su qualche mezzo meccanico, si sia organizzata una sosta alla casina del riservista per poi prendere definitivamente la via per Pinzolo, alla stazione forestale, dove è stata con cura sottoposta a trattamenti conservativi, fasciata con dei tiranti metallici e infine sistemata in bella mostra.
Si sa, una rotella tira l’altra, cosicché coordinati da Mario Ballardini di Montagne, altri operai forestali, l’anno successivo ne sezionano un’altra; questa volta la caricano su una barela e seguendo il sentiero della Scala di Brenta, la trasportano a valle e poi inviata alla sede del Servizio Foreste della provincia a Trento.
A parere di un cacciatore de legn de laras, la seconda operazione è stata più semplice della prima. Forse perché a noi questa storia ci è stata raccontata da uno dei primi, oppure perché la prima volta non si scorda mai, o perché la strada scelta è molto più difficile o per la ragione che l’ accoglienza dei Serafini è proverbiale fatto sta che noi siamo rimasti colpiti dalla prima discesa.
“Nell’ estate 1983 i forestali della stazione di Pinzolo hanno prelevato, a circa 4 metri dalla base del tronco, una rotella che è stata inviata all’Istituto italiano di dendrocronologia a Verona, dove è stato effettuato lo studio da parte della dott.ssa Anna Bebber, sotto la direzione del prof. Elio Corona.
La misurazione degli accrescimenti anulari ed il successivo confronto ottico e statistico con la curva standard del larice tirolese, costruita dalla dott.ssa Gierz-Siebenlist, ha permesso di stabilire con certezza il periodo in cui è vissuta la pianta in esame.
L’albero ha iniziato la sua vita negli anni precedenti il 1346 d.C; posto che la rotella è stata prelevata ad almeno 4 metri di altezza sul tronco, si deve presumere ( tenuto conto delle condizioni stazionali ) che la nascita dell’ albero risalga ad almeno 40-50 anni prima e quindi possa essere datata intorno al 1300.
La sequenza dei 531 anelli ci porta alla data di formazione dell’ ultimo accrescimento, che cade nel 1877: peraltro, essendo la rotella completamente priva dell’ alburno, smantellatosi nei decenni di permanenza al suolo del tronco, si può stimare con sicurezza (a conferma della precedente testimonianza) che la morte dell’ albero risale ai primi decenni del secolo XX.
E’interessante rilevare come nel 1821 il larice in esame non abbia avuto alcun accrescimento, fenomeno verificato su tutti i larici del Tirolo, mentre abeti rossi e pini cembri della medesima area presentano accrescimenti minimi.
A partire dal decennio 1620- 1630 si può notare anche un abbassamento del valore medio della curva dendrocronologia, dovuto presumibilmente a cause climatiche (piccola glaciazione)”.
(Servizio Foreste Provincia Autonoma di Tento)
Questo importante studio, comparato come detto ad altri, ci permette di ricostruire il clima di quei cinque secoli in val Brenta e nelle valli limitrofe.