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La vita in malga

L’economia dell’alpeggio si basava sulla razionalità di un lavoro individuale ma combinato. Quattro, cinque uomini al massimocasèr, malghèr), il pastore (vachèr), l’aiuto pastore (vachirol) costituivano la forza-lavoro della malga. Essi per tre mesi avrebbero dovuto gestire una mandria di cento e più capi di bestiame: annoveriamo tra questi le figure del cascinaio (, e l’aiuto cascinaio (smarzirol). Il casèr era il personaggio “chiave”: si occupava della produzione casearia ed era responsabile del buon andamento della casina. Svegliava tutti di buon mattino, impartiva gli ordini per la giornata, controllava i pastori, si intratteneva con chi giungeva da fuori. Lo smarzirol, quasi sempre un ragazzone figlio di una famiglia numerosa e povera non impegnata nella stagione estiva nella vita di campagna, affiancava il caser in tutte le sue faccende.
Il vachèr era il responsabile della mandria e si serviva di uno o due vachirol. Anche nelle giornate piovose i pastori uscivano con le bestie: sulle spalle un mantellaccio, scarponi ferrati ed a tracolla una borsa di tela con il sale di cui gli animali erano avidissimi.



La giornata iniziava alle tre-quattro la mattina, i pastori, sollecitati dal malgaro, uscivano sullo stabbio (stabi) a concentrarvi le vacche lattifere. Con lo sgabello ad una gamba (scagnel da monger) ed il secchio (secia) tra le ginocchia il malgaro procedeva alla mungitura, operazione non scontata, incessante e di vera maestria. Il lavoro durava due-tre ore: al termine rientravano nella casina e verso le sette-otto si incamminavano al pascolo con la mandria. La scelta del pascolo veniva effettuata quotidianamente: il pastore doveva assicurarsi la presenza nei dintorni di pozze d’acqua o dei brent, vasche colme d’acqua ricavate con tronchi scavati od in muratura: il pastore solerte non abbandonava mai la propria mandria. Verso le tre del pomeriggio la mandria veniva ricomposta e riavviata alla malga per la mungitura serale.
Il latte munto veniva trasportato nella latteria, specifico locale o talvolta edificio separato: si procedeva alla filtratura e scrematura del latte. Poi lo si passava alla caldaia (caldera) per la lavorazione e la produzione del formaggio. La caldera era composta da un grande paiolo in rame sospesa ad un braccio di legno girevole (madran). L’operazione di fabbricazione del formaggio, colma di usanze e tradizioni e di una grande maestria, frutto di segreti e consigli tramandati nei secoli di generazione in generazione, teneva impegnati il malgaro e l’aiutante per diverse ore al giorno.

La razza Rendena



La pratica dell’alpeggio in Val Rendenaa ha permesso l’evoluzione nei secoli di una razza bovina autoctona che prende il nome dall’omonima valle: la razza Rendena. Le origini di quest’ultima vanno collegate alle vicissitudini delle popolazioni della Val Rendena e delle Giudicarie. I primi documenti sul tipo di bovini allevati in queste zone risalgono agli inizi del 1700. Nel 1712 ci sarebbe stata la prima vera e consistente importazione documentata di bovini da vallate svizzere: proprio qui probabilmente gli allevatori della Rendena avevano trovato delle affinità con il loro bestiame indigeno che necessitava di un consistente ripopolamento: fase che terminò prima della fine del 1700.


Il fattore determinante per l’evoluzione ed il mantenimento della razza, a testimonianza dell’importanza economica di tale settore nella Rendena, fu la minuziosa e saggia iniziativa intrapresa dagli allevatori dalla metà del 1700 ad oggi: vennero organizzate mostre e selezioni di capi dalla conformazione e caratteristiche razziali da destinarsi alla riproduzione. Così si istituirono i Consorzi di Monta gestiti dai Comuni vietando la riproduzione tra capi di diversa razza. Si giunse quindi alla selezione del “tipo”, definito dalla letteratura come bovino selezionato in Val Rendena soggetto a duplice attitudine, di taglia piccola, gentile, molto vivace, nevrile, a mantello uniforme di colore castano o castano scuro successivamente definito “Razza Bruna delle Giudicarie – Razza Rendena”.
L’istituzione del Libro Genealogico Nazionale del 1976 e la successiva costituzione Associazioni Nazionale degli allevatori di Razza Rendena (A.N.A.R.E.) nel 1981 avviarono iniziative di studio e di prove atte alla conservazione e al miglioramento della razza. Tutt’oggi Caderzone è il luogo che conta il maggior numero di capi (circa 800) sui circa 4500 esistenti nell’arco alpino.