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La Val Brenta Alta: il recupero di un luogo e di un modo di costruire

… Piegando attorno allo spigolo di roccia, si rimane immensamente sorpresi alla vista dei giganti dolomitici. Dal suolo alpino disseminato di detriti, si innalzano stupendi abeti annosi, dietro ai quali il Crozòn, come un gigantesco obelisco, si innalza fino alle nuvole; dietro ad esso, il candore della vedretta che scende dalla sella della superba Cima Tosa, le torri e le vette che attorniano la Cima di Brenta che si stagliano aguzze contro al cielo; alla sua sinistra le pareti della Cima Mandron scendono a picco verso le falde di deiezione. In prossimità della malga, la vista (il Lidiablick) su tutta questa bellezza è di un impressione indimenticabile…”
“…A Julius Payer la vista della Cima Tosa con il Crozòn, apparve il punto di maggior splendore del suo giro attraverso la Bocca di Brenta; egli definisce il Crozòn “una vera e propria torre di roccia di una maestosità mai vista”. Freshfield lo definisce uno dei monumenti più singolari di madre natura… Egli dice “scendi rapidamente il sentiero a zig zag dietro la Bocca di Brenta verso l’alto ripiano erboso della Val Brenta Alta, poi volgiti tutt’ad un tratto tra i mughi e guarda il cielo dove le nuvole, a più di 4.000 piedi d’altezza al di sopra di te, vanno e vengono attorno alla stupefacente torre di roccia che, isolata e senza appoggio, s'innalza finché la sua cima si perde nell’aria. In nessun altro luogo delle Alpi potrai ricevere un’impressione altrettanto forte di una elevazione maestosa e repentina”. (Max Kuntze)
Brenta Alta

Malga Brenta Alta

Nelle pietre e nei legni sono ancora inscritte le fatiche ed i dolori di uomini che nel periodo estivo abbandonavano le proprie case e le proprie famiglie nei villaggi di fondo valle per spingersi con il bestiame nei pascoli in quota, contribuendo con la propria opera alla definizione di un paesaggio segnato da forte legame di amicizia e rispetto con ambiente naturale.”
Già nel 1893 troviamo indicata Baita Brenta Alta sulla “Karte der Umgebung von Madonna di Campiglio”. Inserita nel sistema insediativo di tipo sparso caratteristico della Val Brenta, la malga come altri edifici ha permesso fino a qualche decennio fa quella particolare forma di nomadismo pastorale di stagione comune a tutte le popolazioni dell’arco alpino, che fu fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e per un razionale ed equilibrato sfruttamento delle nostre montagne.
Situata nell'alto ripiano erboso della Brenta Alta, la malga ha ospitato fino al 1949 i pastori che durante la breve estate accompagnavano mucche e maiali attraverso la Scala di Brenta.
Celso Floriani di Ragoli, con il padre Luigi ed il fratello Libero, fu l’ultimo utilizzatore della malga Brenta Alta nel 1949. Ricorda che “la permanenza in questo pascolo era limitata a 20-25 giorni nel mese di Agosto con diverse mucche e dodici maiali. Il bestiame giungeva dalla malga Brenta Bassa passando attraverso la Scala di Brenta. Al piano terra della casina, sul focolare, si effettuavano le operazioni di trasformazione del latte. Il latte ed i suoi derivati venivano conservati nel Bait dal Lat in attesa di essere giornalmente trasportati alla Malga Brenta Bassa. I pastori dormivano in un soppalco ricavato nel sottotetto dell’edificio. La porta dell’edificio era rivolta verso il Crozòn di Brenta”.
Foto malga
Il soppalco di legno del sottotetto ha dato anche rifugio e ristoro ai sogni dei primi esploratori che anelavano alla conquista del Brenta, almeno fino alla costruzione del rifugio Brentei, intorno al 1930.
Certo alcuni di essi non apprezzavano molto l’umile ricovero della baita: “… Il 19 luglio 1882 ci trovammo il signor De Falkner e io alla malga di Brenta, pronti per un attacco al Crozzon, il magnifico, precipite sperone della Tosa. Passammo il pomeriggio facendo schizzi e ricognizioni e trascorremmo la notte un po’ meno amabilmente, nel piccolo rifugio in compagnia delle nostre guide, i padroni della malga e i suoi due ragazzi, un vitello, una scrofa e diversi polli, per non dire degli innumerevoli e più piccoli animali domestici la cui presenza era ancor meno desiderabile…”. E.T. Compton, pittore-alpinista inglese della seconda metà dell’800, AlpineJournal del novembre 1883.
Altri invece la descrivono in modo più discreto: “Ora tutte le difficoltà sono finite,… camminiamo piano piano, passiamo il Brenta, ci ristoriamo con una bevanda fresca, con una ciotola di latte nella vicina baita delle capre. Le capre curiose fuggono, la signora si offre con ospitalità di farci la polenta; ringraziamo. Diamo a uno dei bambini una monetina di rame per cui questo ci bacia il palmo della mano e ben presto ripartiamo”. Julius Pajer, topografo tedesco, provenendo dalla Bocca di Brenta, nel 1864.

La “nuova” casina di Brenta Alta

La baita ricostruita completamente in legno è stata ricollocata esattamente nella posizione originaria, posata su un lastricato in pietra calcarea realizzato senza l’impiego di leganti, per non alterare in modo irreversibile lo stato dei luoghi. E’ stato impiegato solo legname di larice proveniente da boschi di alta quota e lavorato secondo le tecniche tradizionali.
Terminata nel maggio 2003, nella sua semplicità ed essenzialità, rappresenta un buon esempio di singolare architettura agreste grazie alle buone capacità di lavorazione espresse nella ricostruzione.
La casina ora è lì, a dominare la Val Brenta, assorta nel silenzio magico e custodita dallo sguardo severo del Crozzon di Brenta: è aperta a tutti, luogo di riparo per il viandante.
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